Chi è il nemico dell'Europa?

Le pagine che abbiamo scritto e quelle che scriveremo dipendono dall’agire comune e dalle decisioni che scaturiranno nei maggiori rilievi istituzionali. 

 Articolo di Claudia Saccà

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Al 1 Aprile 2020 l’Italia registrava oltre 110 mila casi di contagio da COVID-19. Più di 800 mila i casi di coronavirus nel mondo, l’Europa il continente più colpito. Le pagine che abbiamo scritto e quelle che scriveremo dipendono dall’agire comune e dalle decisioni che scaturiranno nei maggiori rilievi istituzionali. Una cosa pero è certa: quelle pagine non saranno più le stesse.

Questa esperienza segna, senza nessuna distinzione, le vite di ogni individuo e modifica le traiettorie generali delle istituzioni. La diffusione del coronavirus ha messo alla luce tutte le debolezze insite nei nostri sistemi, a partire dall’Italia, con tutto ciò che ne deriva dal fronte sanitario, e passando per l’Europa, che messa a nudo - anch’essa - delle sue fragilità, trema.


Ma qual è la strada giusta da percorrere? Davvero l’Europa è solo un accumulo di burocrazia e una sorgente di svantaggi per noi italiani?

Questa riflessione, seguendo un approccio analitico e non propagandista, ha l’obiettivo di tracciare una panoramica del ruolo che sta avendo l’Europa in questo preciso momento storico e di quello che potrebbe avere in futuro, partendo da un breve cenno al passato.

Anzitutto, senza andare troppo indietro nella storia e senza condurre un’approfondita analisi di dettaglio in merito alle sinergie generate da un’appartenenza europea, si potrebbe fissare, a supporto della visione qui esposta, un principio molto semplice, quasi banale: noi (italiani) abbiamo bisogno di Europa!


Abbiamo bisogno di prolungare, senza porre una fine, anni di Pace tra i popoli ed anni di libertà. Abbiamo bisogno di operare all’interno di un mercato, grazie al quale ogni cittadino europeo può profittare dei vantaggi che derivano dall’opportunità di poter vivere, lavorare, studiare, produrre, vendere e acquistare in qualunque località dell’Unione liberamente e senza vincoli di sorta.
Di seguito e a titolo esemplificativo, si menzionano solo alcuni di questi vantaggi “di appartenenza”.

MERCATO UNICO EUROPEO


Il mercato unico europeo, in vigore dal 1993, ha reso l’offerta dei prodotti più ampia e variegata e grazie alla concorrenza, e alla fine dei monopoli nazionali, il prezzo di molti beni e servizi è oggi più basso[1]. Qui possiamo sgomberare il campo da una bufala frequente: c’è infatti chi dice che la guerra, da militare, è ormai diventata economica. In realtà, le politiche protezionistiche degli Stati europei sono vietate perché appunto, trattasi di mercato “unico”. Non esistono guerre economiche tra le nazioni aderenti all’Ue, tanto è vero che eventuali restrizioni al commercio vengono duramente sanzionate (Artt. 28, 34 e ss. TFUE). 

POLITICA DI COESIONE


Doveroso l’accenno alle fonti di finanziamento dell’UE e alla Politica di coesione. L’Italia, in particolare, è il secondo grande beneficiario, per ammontare di risorse programmate nell’ambito della politica di coesione. [2] Ad usufruire di più delle risorse provenienti da questi programmi, sono soprattutto le aree del mezzogiorno che rientrano nelle categoria di regioni “meno sviluppate”, ossia regioni il cui PIL pro capite è inferiore al 75% della media UE.
Analizzando le spese in conto capitale e il peso delle risorse aggiuntive (Fondi strutturali UE e risorse nazionali del Fondo di Sviluppo e Coesione) , si nota che addirittura queste per alcuni anni hanno avuto un effetto sostitutivo delle risorse ordinarie.[3]

AGRICOLTURA


L’Europa garantisce un forte sostegno agli agricoltori: attualmente il 40 % del bilancio dell’UE è destinato all’agricoltura. Per quanto riguarda l’Italia, nella programmazione 2014-2020 sono stati stanziati in totale 37,5 miliardi di euro per il sostegno all’agricoltura, di cui circa 27 miliardi di euro in pagamenti diretti agli agricoltori e circa 10 miliardi di euro destinati allo sviluppo rurale.[4]

MONETA


I vantaggi della moneta unica non sono chiaramente riassumibili in poche righe se si vuol seguire un approccio da economista, ma è necessario sottolineare che l’importanza di avere una moneta unica (oltre ad aver eliminato i rischi di fluttuazione, i costi legati al cambio delle valute e al rafforzamento del mercato unico)]5], è tangibile proprio in questo preciso momento storico. L’Euro infatti è uno scudo per mezzo del quale si difende la stabilità economica dell’Eurozona, rendendola più resiliente agli shock di mercato. Pensiamo alle turbolenze che ci sarebbero state se l’italia non ne facesse parte. Se è vero che lo spread è aumentato, il livello resta ancora lontano dai massimi storici. Se avessimo una nostra moneta ci sarebbe una spirale di svalutazione con un’immediata compressione dei salari reali e la prima a soffrirne sarebbe la popolazione.[6]

Questi elementi “storici” sono fondati per esprimere un giudizio con ragion sufficiente, non sulla bontà attuale dell’architettura istituzionale dell’UE quanto piuttosto sui limiti che si porrebbero se l’Italia non ne facesse parte. Posto ciò, qual è il ruolo dell’Europa in questa emergenza e perché è necessario che si agisca all’unisono?

ATTUALITÀ ED EMERGENZA COVID-19


L‘UE da diverse settimane ha posto in essere una serie di iniziative per fronteggiare la crisi economica e sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus, avvalendosi dei propri strumenti a disposizione.

Sul fronte sanitario, occorre preliminarmente precisare che L’UE svolge un’azione di completamento delle politiche nazionali, <<è competenza degli stati membri definire la loro politica sanitaria e organizzare e fornire servizi e assistenza medica>> (Art. 168 TFUE).
Fin dall’avvio della crisi la Commissione europea ha stimolato la produzione di mascherine, respiratori e altri dispositivi di protezione individuale, e ha avviato una procedura accelerata congiunta di appalto per l’acquisto di nuove forniture.
Al fine di poter disporre appieno dei prodotti presenti in Europa, la Commissione ha bloccato le esportazioni di dispositivi medici al di fuori dell’UE, e ha imposto agli Stati membri di rimuovere le barriere alla circolazione di tali dispositivi all’interno dell’UE.[7]
Sono stati destinati circa 140 milioni di € alla ricerca contro il Covid e previsti sostegni finanziari a società per la produzione di vaccini anti-Coronavirus.[8]

Sul fronte economico, invece, mediante la decisione 2020/440, [9] la BCE formalizza l’istituzione del nuovo programma temporaneo di acquisto per l’emergenza pandemica (Pandemic Emergency Purchase Program, c.d. <>), con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro, oltre ai 120 già annunciati lo scorso 12 marzo. A seguito delle operazioni di rafforzamento del QE, la BCE, in particolare, si impegna a comprare quest’anno oltre 220 miliardi di titoli di stato italiani, da qui fino alla fine dell’anno.[10] Cifra che corrisponde al 12% del PIL. Una manovra rassicurante nei confronti del mercato che ha calmierato i tassi di interesse, e di grande sostegno per l’economia italiana, in quanto soldi che lo Stato può utilizzare per finanziare il proprio deficit. Un aiuto massiccio insomma da parte delle istituzioni europee, senza il quale oggi probabilmente ci troveremmo al cospetto di una crisi finanziaria e lo Stato non avrebbe risorse per muoversi (un monito per gli euroscettici).
La decisione storica poi da parte della Commissione Europea in merito alla sospensione del << patto di stabilità e crescita>> consentirà ai governi di “iniettare denaro nell’economia finché serve”, dando via libera dunque alla spesa antivirus.[11]

Certo è che queste misure non bastano per rispondere ad una crisi senza precedenti e di portata globale, che chiama in causa tutti gli Stati. La politica monetaria sta facendo la sua parte, ma non può essere risolutiva.
In contesti come questi è ragionevole pensare - ed è quanto sta accadendo - ad un vasto programma di spesa in deficit, finanziato dal bilancio dell’Unione, che risponda ad uno shock simmetrico, causato dalla diffusione del virus, che colpisce il tessuto economico e sociale di ogni Paese - ragione per cui il MES [12] è stato lasciato fuori dal dibattito.
All’interno dell’Eurozona infatti si fa strada l’ipotesi dell’emissione “one-off” dei “CORONABOND” o “European Recovery Bond”, o semplicemente Eurobond. Sono titoli di debito comune, attualmente non esistenti, emessi da un’istituzione Europea che non sia la BCE. I “coronabond” sono diversi dagli Eurobond di cui si parlava 10 anni fa, in quanto questi ultimi prevedevano la mutualizzazione del debito, cioè strumenti tramite i quali tutti gli Stati membri dell’UE diventano responsabili del debito in maniera congiunta. Come dichiarato da Conte, invece, in merito ai nuovi bond “ogni Paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne”, riferendosi ai timori dei Paesi rigoristi del Nord Europa che non vogliono condividere, con paesi molto indebitati (come l’Italia, ma non solo), i rischi legati all’emissione di un titolo europeo.

Questa assenza di intenti, giustificata a primo impatto dalla serietà con cui taluni governi hanno adottato le politiche di bilancio e riordinato i conti pubblici, appare però limitante se contestualizzata al momento storico. D’altronde, questa sofferenza, umana ed economica, non è imputabile a nessuno, ed oggi non serve recriminare errori ma uno sforzo comune. Come sostiene Draghi “una profonda recessione è inevitabile” e la sfida è agire con “sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, con danni irreversibili”. [13] Prevedibile, che i livelli di debito pubblico saranno aumentati, ma l’alternativa - una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale - sarebbe molto più dannosa per l’economia.


Certo, si può constatare come la “velocità” a cui allude Draghi come elemento chiave per l’efficacia degli interventi pubblici, sia in netto contrasto con lo scenario odierno che si è arenato ad un dibattito divisivo, prolungando dunque i tempi di intervento in Europa.
Ricorda un po’ lo scenario del 2008 in cui gli USA intervennero subito con gli stimoli monetari (e fiscali), mentre l UE varò solo quelli monetari e a partire dal 2012 con Draghi dopo numerosi errori e ritardi (attraverso OTM dal 2012 e QE dal 2105). Questa presa di consapevolezza però non deve essere l’alibi per cedere alla propaganda anti- europeista. Anzi, il contrario. Tutto quello a cui stiamo assistendo pone, agli occhi di tutti, quanto sia limitante oggi questa visione “nazionalistica”.


Si potrebbe ragionevolmente affermare che gran parte dei difetti attribuibili oggi alla UE come istituzione poco efficace, derivano gran parte dall’ego dei governi nazionali che sono stati sempre restii a cedere sovranità e condividere competenze con l’UE. Paradossalmente, sono proprio i sovranisti poi a denunciare l’inazione a livello europeo e l’insuccesso dell’integrazione.
L’esempio emblematico è proprio la mancanza di una politica europea della salute. Un’emergenza sanitaria come quella attuale, che coinvolge l’intero globo, necessita un’azione centrale, di un quadro legislativo comune, unico per tutti i Paesi europei. Oggi il COVID-19 si aggiunge alla lista dei problemi che gravano sugli stati-Nazione: il cambiamento climatico, la crisi migratoria, le guerre ai confini dell’Europa e tutte le sfide tecnologiche, difficilmente governabili come singolo Stato.
Occorre ripensare, pertanto, ad una fase che i sovranisti hanno sempre osteggiato, cioè la costruzione di un Governo europeo con poteri reali almeno in talune materie.
Ad un’Europa con una politica estera, con un esercito comune, con un politica sanitaria comune (e perché no, anche fiscale).

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[1] “Semestre Europeo”, rivista europea di best practices, 2011;


[2] “La dimensione territoriale delle politiche di coesione”, IFEL Fondazione ANCI, 2019;


[3] “La dimensione territoriale delle politiche di coesione” in “Le risorse aggiuntive e ordinarie”, IFEL Fondazione ANCI, 2019;


[4] Finanziamenti della PAC, Regolamento (UE) n.1307/2013;


[5] D. Gagliardi, “L’Italia e l’euro: quali prospettive?”, 2019;


[6] E. Brancaccio, N. Garbellini, “Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio”. Rivista di Politica Economica, 2014;


[7] Sito web della Commissione Europea from https://ec.europa.eu/italy/news/20200317_covid_19_risposta_europa_it


[8] Sito web della Commissione Europea from https://ec.europa.eu/italy/news/20200317_covid_19_risposta_europa_it


[9] Decision (EU) 2020/440 of the European Central Bank, Official Journal of the European Union, 24 marzo 2020;


[10] Fonte informativa: Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani, Press, 2020;


[11] Communication from the Commission to the Council on the activation of the general escape clause of the Stability and Growth Pact, COM(2020), Brussels, 20.3.2020;


[12] Sito ufficiale European Stability Mechanism from https://www.esm.europa.eu/about-us/history


[13] Intervista al Financial Times: https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b

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