Quando la Cler rimane giù: Retail,socialità e i nuovi modelli nelle città per la Fase 2

Quando la Cler rimane giù: Retail, socialità, e i nuovi modelli nelle città per la Fase 2. 

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Articolo di Silvia Castellazzi

 Il Covid ha impattato in modo devastante le attività economiche e l’occupazione in tutti i Paesi colpiti, distinguendo tra chi è a rischio perché non può lavorare, e chi a rischio perché continua a lavorare. Con una pedonalità (i.e. numero di visitatori) crollata nell’ordine del 95% e tenuta in piedi solo dal grocery di prima necessità, l’aggregato settoriale di commercio al dettaglio-ristorazione-alloggi-servizi alla persona è tra i più colpiti dalla crisi Covid, e tra quello che anche alla ripartenza sarà sotto maggior stress, per via delle mutate condizioni di operatività. Un comparto il cui contributo all’economia italiana è stimabile, su base 2019, nell’ordine di svariati punti percentuali: “I servizi di alloggio e ristorazione, tra i più colpiti dall’epidemia, producono quasi il 4 per cento del valore aggiunto e impiegano circa 1,6 milioni di persone (6,5 per cento degli occupati totali).[1]” Aggiungendo il contributo di commercio al dettaglio e servizi alla persona, la stima aumenta di ulteriori punti, con corrispondente aumento degli occupati interessati dalle misure. Un settore quindi, quello legato a servizi ed esperienze negli spazi fisici a “basso distanziamento sociale,” di rilevanza per il sistema complessivo, da sempre una dorsale del Paese per numero di imprese (piccole-medie) e occupati coinvolti.


La cosiddetta Fase 1 (di denominazione velleitaria, perché in quel momento non c’era ancora nessun progetto né tantomeno certezza sull’esistenza di una Fase 2) ha visto reagire i retailers fisici in modo diversificato, attraverso il ricorso in modo spontaneo a soluzioni emergenziali e di risposta, più o meno veloce, e offrendoci un panorama di interessante creatività e innovazione bottom-up (comunicazioni Whatsapp, box preconfezionati di prodotti di prima necessità, etc.). Il rapporto con l’e-commerce nelle prime settimane è stato ambivalente – alcuni comparti sono crollati sia nel canale fisico che in quello online per mancanza di domanda (make-up e profumeria ad es. -60% circa, secondo dati Nielsen), altri hanno visto l’aumento esponenziale di richieste ai propri servizi e-commerce, con conseguenti difficoltà logistiche a rispondere ai servizi e necessità di contingentarli (in particolare nel grocery). Per altri ancora è arrivata, volenti o nolenti, la necessità di digitalizzare: così come gli individui più riluttanti e dubbiosi si sono avvicinati al lavoro “smart”, anche le aziende finora più riluttanti hanno avviato processi di digitalizzazione a lungo rimandati (“possiamo fare l’e-commerce in 10 giorni?”, si sentono chiedere alcuni consulenti dai loro clienti). L’impatto lo vedremo tra qualche mese, ma è indubbio che il trend di maturità digitale su cui l’Italia, in particolare lato offerta, si stava già muovendo sia stato accelerato da questa emergenza [2].


Il focus sui canali e sulla cannibalizzazione tra gli stessi – chi vince e chi perde con l’e-commerce –, rischia di farci perdere di vista a cos’altro stiamo rinunciando e cos’altro dovremo ripensare nelle settimane di “New Normal” che ormai sono alle soglie.

L’impossibilità di uscire a comprare qualcosa ci fa riflettere su quanto poco importante sia il cosa compriamo e su quanto fosse importante il perché uscivamo - l’andare e lo stare, il parlare con le persone, l’essere riconosciuti, il trascorrere tempo, l’incontrare conosciuti e sconosciuti[3]. Il mondo del retail in Italia, per una serie di trend legati alla struttura delle famiglie, alla mobilità, alle mutate abitudini di lavoro, stava già spostandosi verso la ricerca della prossimità e della relazione, per recuperare una dimensione più umana e di vicinanza[4]. Quanto (ci) mancheranno questi presidi di socialità e di vitalità, nelle nostre strade – soprattutto nelle aree urbane – in cui la loro chiusura lascia tante serrande abbassate e tanto spaesamento? Come tenere conto di questo valore intangibile anche nelle prossime settimane e mesi, quando si progetteranno e via via adatteranno le misure per il settore e per la riapertura, coniugando sicurezza, sostenibilità economica (probabile che assisteremo anche a cambiamenti di business model importanti, dovendo ridurre la pedonalità) e desiderio di ritrovare i nostri luoghi del cuore, ad esempio quei cosiddetti third places di cui ci hanno raccontato i sociologi?

Ce lo ricorda anche il New York Times, in un articolo sul valore intangibile di una backery: “Among the intangible losses: A vast network of cherished spaces that sociologists refer to as “third places” — those beloved destinations between home and work where ideas are exchanged, relationships are forged, and communities are strengthened. Think cafes. Bars. Bookstores.[5]” E dalla Cina ci arrivano segnali di ripresa, che ci permettono di viaggiare nel futuro e immaginarci cosa potrebbe succedere dopo il 4 Maggio: “At a Starbucks in one of Wuhan’s fancier shopping districts [...]. The store was open but only serving drinks to go, with customers permitted to sit at outdoor tables. Security guards were keeping a close eye on things, interrupting conversations to tell patrons to keep their masks on between sips and not sit too close together.”[6]


I piani di riapertura delle città, si pensi ad esempio a quello di Milano in discussione questi giorni, giocheranno un ruolo importante nel supportare il settore e la sua occupazione, che vivrà di una serie di misure: innanzitutto relative alle misure nei negozi (percorsi, orari allungati e desincronizzati...), ma altrettanto di misure intorno ai negozi - il rilancio della mobilità dolce, l’estensione di spazi pubblici vivibili su spazi e percorsi che finora non lo erano (piazze di quartiere attrezzate, piste ciclabili ricavate dai marciapiedi, dehors più estesi per i negozi...), spingendo ulteriormente quella commistione tra spazio privato (retail) e spazio pubblico (città) di cui ad esempio sempre Milano, negli ultimi mesi ed anni, era stata un laboratorio e che ancor di più sarà importante nelle prossime settimane di riapertura: distanziamento sociale che si otterrà in alcuni casi aggiungendo barriere, e in alcuni casi togliendole o perlomeno ripensandone i confini secondo altre direttive di spazio, di tempo.

[1] Bollettino Economico Banca d’Italia n. 2, Aprile 2020, p. 24

[2] Per i trend e-commerce prima del Covid si vedano i dati dell’Osservatorio E-commerce b2C Politecnico di Milano, 2020, ripresi anche nello speciale Sole 24 Ore su E-commerce del 21 Aprile 2020.

[3] Dall’Osservatorio Digital Innovation in Retail del Politecnico di Milano, in particolare: Artusi F., Barone C., Bellini E., Castellazzi S.: Innovation and Design in Retail Services: In-the-Store Experience and Technology, Report Ricerca 2019.

[4] Vedasi atti del Convegno Osservatorio Digital Innovation in Retail 2020: Prossimità e relazione nel retail.

[5] “How a Bakery Survives the Pandemic Apocalypse”, New York Times, 19 Aprile 2020. https://www.nytimes.com/2020/04/19/opinion/small-business-coronavirus.html?smid=tw-nytopinion&smtyp=cur

[6] “Inside the Dystopian, Post-Lockdown World of Wuhan”, Bloomberg Businessweek, 23 Aprile 2020. https://www.bloomberg.com/news/features/2020-04-23/wuhan-s-return-to-life-temperature-checks-and-constant-anxiety

 

 

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