COVAX: La battaglia finale per l'Organizzazione Mondiale della Sanità

Ci salviamo solo se ci salviamo insieme 

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Scansione dell'editoriale cartaceo 

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In questi mesi capita spesso di ripensare ai grandi film nei quali Hollywood ha, mille volte, immaginato che il mondo arrivasse vicino alla fine. Quelle storie avevano successo giocando sulla tentazione dell’Occidente di flirtare con la propria autodistruzione: un Armageddon che gli spettatori di tutto il mondo potevano vivere stando comodamente seduti in uno di quei cinema da mesi desolatamente chiusi. Eppure, la situazione che stiamo vivendo dallo scorso anno è per un aspetto peggiore di quella che ci proponevano quelle favole distopiche: in quei film una umanità che si ritrovava a combattere per la propria sopravvivenza, riusciva ad unirsi (come nella scena che precede la battaglia finale di INDEPENDENCE DAY); oggi, invece, sembra che la strategia del nemico invisibile sia proprio quella di dividerci. Ad esempio, sulla questione dei vaccini. Tra Nord e Sud del mondo. Tra un Est arrembante ed un Ovest in difficoltà. Tra categorie professionali che cercano di scavalcarsi. Pur essendo evidente che ciò è stupido oltre che immorale.

I dati della grande pandemia sono chiari e raccontano come si stanno scavando grandi distanze tra diverse parti del mondo. I quindici Paesi dell’Asia e dell’Oceania che hanno in comune l’Oceano Pacifico hanno domato il contagio già da diversi mesi (ospitano 2,3 miliardi di persone e contano meno morti per COVID-19 della sola Spagna). Lo stesso Occidente si spezza in due: gli Stati Uniti e il Regno Unito raggiungeranno tra qualche giorno l’obiettivo - vaccinare il 70% degli adulti - al quale l’Unione Europea arriverà tra poco meno di un anno. L’Italia torna, da oggi, al primo posto tra i Paesi più grandi (G20) per numero di morti rispetto agli abitanti grazie alla non scelta su chi andava immunizzato per prima.

E, tuttavia, a preoccupare ulteriormente è il fatto che sotto l’Europa si sta aprendo un buco nero – si chiama Africa ma arriva fino alla Siria – dove abitano 1,2 miliardi di individui e hanno vaccinato un abitante su venti. In Egitto hanno fatto 150 mila iniezioni: la metà di quelle che riescono a somministrare in un giorno le nostre Regioni e solo al Cairo – la capitale ad un’ora di volo da Roma – vivono ammassati 20 milioni di persone.

Vale per il mondo quello che sarebbe dovuto valere per l’Italia. Di fronte ad una catastrofe naturale che, per la prima volta tocca tutti gli abitanti del pianeta nello stesso momento, sarebbe stato indispensabile coordinamento. In fondo, sono già sul mercato 11 miliardi di dosi, sufficienti a vaccinare l’80% della popolazione mondiale, laddove l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sostiene che basta vaccinarne un terzo per domare la bestia (lasciando le categorie meno a rischio ad una fase meno critica). E, invece, i Paesi ricchi (come dimostra il grafico che segue) stanno facendo incetta di dosi: la stessa Unione Europea potrebbe vaccinare con quelle acquistate almeno due volte tutti, inclusi i neonati.

grafico covax1

È vero che l’Africa ha contato meno contagi (il virus sembra spaventato solo dal caldo), ma una distribuzione così diseguale può produrre due effetti boomerang: accresciamo il risentimento che alimenta gli incubi che hanno terrorizzato le nostre città; offriamo al virus il brodo di coltura per mutare forma e venirci a trovare con il prossimo barcone. Certo, la possibilità alternativa sarebbe quella di sigillare le frontiere dopo aver ottenuto l’immunizzazione ma ciò avrebbe l’effetto di distruggere globalizzazioni e benesseri portandoci indietro nel tempo.

Al progetto COVAX, cominciato da un anno per scongiurare il pericolo di intrappolarci da soli nella palude dell’egoismo, lavorano oltre l’OMS, l’Alleanza Globale per i Vaccini e le Immunizzazioni (GAVI) e la Coalizione per l’innovazione e la preparazione alle Epidemie (CEPI).  Sia GAVI che l’OMS hanno sede a Ginevra; CEPI, invece, ad OSLO ma è stata fondata a DAVOS (nel corso di uno degli incontri del WEF).

COVAX è, di gran lunga, la parte più sostanziosa di un programma finanziato da un’ambiziosa campagna di “FUNDS RAISE” (si chiama l’ACT e finanzia, anche, cure, strumenti di diagnosi e dispositivi di protezione personali destinati a Paesi di basso reddito) che (come dal grafico che segue) ha come primo finanziatore pubblico la Germania e la Fondazione di Bill e Melinda GATES come primo donatore privato (la BMGF è anche tra i principali finanziatori della stessa OMS, di GAVI e CEPI).

Grafico covax2

E, tuttavia, il progetto che riunisce alcuni degli “innovatori sociali” di maggiore talento è lontano dal proprio obiettivo minimo che è quello di fornire almeno 2 miliardi di vaccini. Ad oggi, COVAX ha distribuito 38 milioni di vaccini in 42 giorni dalla prima spedizione di vaccini in GHANA, ma con questi ritmi alla fine dell’anno si fermerebbe ad un valore poco superiore ad un decimo dell’obiettivo iniziale. Per arrivare al traguardo mancano ancora due terzi dei 33 miliardi del budget necessario ed imbarazzante è il blocco totale di dosi non utilizzate che COVAX si aspettava di ricevere dai Paesi occidentali.

I rallentamenti di processi produttivi così imponenti e la stessa pressione dell’opinione pubblica a vaccinare anche chi non ne avrebbe bisogno (negli Stati Uniti hanno deciso di raggiungere i minorenni), stanno portando tutti a rimandare la solidarietà promessa. Per il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’etiope Tedros Ghebreyesus, dovremmo aver capito che di fronte ad un nemico così subdolo, “saremo al sicuro, solo quando lo saremo tutti insieme”. Invece, il mondo è sull’orlo di un clamoroso “fallimento morale”. È un fallimento morale ma anche istituzionale perché non ci si può aspettare che un ordine mondiale nato dopo la seconda guerra mondiale possa risolvere problemi colossali armato di un temperino: il bilancio dell’OMS è inferiore a quello che in un anno spende la Regione Abruzzo sulla sanità e il suo Presidente non ha neppure il potere di pretendere che i Paesi del mondo condividano dati sull’epidemia che siano correnti tra di loro.

 

 

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