Il futuro dell'Europa è in Africa

È dall'Africa che riparte la politica estera comune

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

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È una vera e propria catastrofe quella che sta esplodendo in Africa, mentre l’Europa cerca faticosamente di uscire da un incubo che l’ha paralizzata per un anno e mezzo.

La pandemia ha riportato 34 milioni di Africani in una condizione di povertà assoluta; colpito un sistema educativo fragile molto più di quanto non sia successo nel resto del mondo; arrestato un processo di emancipazione individuale e collettiva che nella scuola trova l’unico possibile ascensore sociale. È una catastrofe che può aggravarsi per l’assenza di vaccini e che colpisce la risorsa più preziosa di quel Continente affamato di sviluppo – gli studenti e, soprattutto, le ragazze - e che, tuttavia, trascina la stessa Europa ad un bivio storico. O decidiamo di occuparci – in maniera innovativa – della parte di mondo che più ci è vicina e di farlo ritrovando le ragioni di una “politica estera” che l’Europa non ha mai avuto; o continuiamo ad aspettare l’arrivo della storia seduti comodamente di fronte ad una televisione e dalla storia saremo travolti.

Sono tre le crisi che hanno, in un anno e mezzo, portato l’Europa molto più vicina all’Africa.

Nel brevissimo termine viene dal Continente che comincia a 70 chilometri da Pantelleria, il maggior rischio di una variante capaci di riportarci nell’incubo dal quale stiamo uscendo. Il numero di vaccini somministrati in un Continente che conta 1,2 miliardi di abitanti è inferiore a quello raggiunto nella sola Italia. È vero che i casi e le morti per COVID rispetto alla popolazione in Africa sono stati inferiori a quelli registrati in Europa e che tale risultato è stato, certamente, dovuto alla maggiore difficoltà del virus a sopravvivere temperature più alte (e a test meno sistematici e affidabili). E, tuttavia, la recente impennata nel numero di casi (del 20% da una settimana all’altra negli ultimi due mesi), dicono che è in Africa il fronte più fragile rispetto alla possibilità che il nemico muti in una forma e in una quantità sufficiente a bucare la barriera dei vaccini. 

Nel medio periodo e per effetto della crisi COVID che ha colpito con molta maggiore durezza sistemi educativi fragili, rischiamo una nuova grande ondata migratoria. La percentuale di studenti e di docenti che si dedicano alla scuola a tempo pieno è, in molti Paesi africani, molto inferiore a quella che noi diamo per scontata. Una crisi economica violenta finisce con lo scaricare su molti insegnanti e, soprattutto, su molte ragazze la responsabilità di doversi occupare della sopravvivenza della propria famiglia e ciò finisce con il rendere ancora più pesante il bilancio delle chiusure. Anche perché – come spiega Stefania Giannini che all’UNESCO è responsabile delle politiche che hanno l’obiettivo dell’ONU (Agenda 2030) di rendere un’educazione di qualità accessibile a tutti i ragazzi del mondo - molte di meno sono le famiglie nelle quali si può fare didattica a distanza: in Europa l’86% degli studenti hanno accesso ad Internet da casa; al contrario in Africa solo il 18% può farlo. Sono quasi cinque milioni gli studenti che non torneranno più tra i banchi e ciò non potrà che produrre nuove ondate migratorie.

Infine, nel medio lungo periodo, l’Africa diventa ancora più importante perché per i minerali rari che sono indispensabili per completare la transizione energetica che la pandemia ha reso più urgente, ciò che per il petrolio è stato, per decenni, la penisola araba. La Cina ha, da tempo, occupato lo spazio che, molti anni fa, era presidiato dall’Europa coloniale e in quello spazio controlla le risorse – cobalto, manganese, grafite – che sono, al momento, elementi indispensabili per le tecnologie – batterie, processori di nuova generazione, magneti– alle quali affidiamo la possibilità di abbattere il contenuto fossile delle produzioni del pianeta.

È indispensabile, dunque, che l’Europa torni in Africa.

Ci possiamo riuscire dando sostanza ai propositi abbastanza vaghi usciti dall’incontro tra i Paesi più industrializzati (G7) di qualche giorno fa e con una strategia articolata in due elementi che la distinguano nettamente rispetto ai programmi di espansione e controllo di cui l’Africa è stata per secoli vittima.

Innanzitutto ed immediatamente, va realizzata una campagna di vaccinazione che potrebbe contare sulla stessa organizzazione (esercito e volontari) e gli stessi obiettivi perseguiti con grande efficienza in Europa nelle ultime settimane. Somministrare vaccini in KENYA non è come farlo in una pur impegnativa Regione italiana e, tuttavia, è questa l’occasione per riconnettere – con il giusto impiego di mezzi, competenze logistiche, tecnologie - Paesi nei quali è difficilissimo, persino, muoversi. Ovviamente l’offensiva vaccinale dell’Europa riguarderebbe i Paesi che volontariamente chiedessero questo supporto. La situazione è però tale, che persino despoti deboli avrebbero un forte incentivo a chiedere il supporto di chi ha, appena, maturato un’esperienza di grande valore.

In secondo luogo, va spostata molto più avanti la frontiera delle politiche migratorie sottraendo terreno alle tante criminalità – più o meno organizzate - che sulla disperazione hanno costruite fortune. Come ha ricordato con forza Mario Draghi all’ultimo consiglio europeo, va ripensato il trattato di Dublino che vive del solito equivoco europeo di ospitare politiche egoisticamente nazionali sotto un debole coordinamento europeo. Ma, soprattutto, è direttamente in Africa che l’Europa deve cominciare un’offensiva che parta proprio dalle scuole e dalle università. E dallo scambio di studenti e insegnanti tra due parti del mondo che, per ragioni strategiche, demografiche, economiche, hanno l’una bisogno dell’altra.

“Il mio sogno è un’Africa che riesca ad essere in pace con se stessa”: fu NELSON MANDELA a indicare quello che è l’aspirazione più profonda di centinaia di milioni di giovani che sono l’avanguardia di un mondo nuovo che si intravede tra le macerie che ha lasciato la grande pandemia.

Oggi l’Europa che fino a qualche anno fa pagava il ricordo delle pagine più nere del colonialismo, ha nell’Africa la sua più grande opportunità di concepire un modo completamente nuovo di essere leader.

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