Il ritorno dello stato imprenditore?

La visione per la transizione

Aritcolo di Maria Letizia Giorgetti, Professore Associato in Economia Applicata, Università degli studi di Milano

innovazione

Osservando l’alternarsi delle notizie, principalmente politiche, siamo sempre più assuefatti all’alternarsi di esternazioni in cui si è faticosamente perso un valore fondamentale: la coerenza. Esercizio importante invece, in questo periodo difficile, in cui stiamo riscrivendo le regole per ripartire è le coerenza, la coerenza nel ridisegnare il futuro, coerenza che significa avere una visione strategica, rivederla, ridiscutere, metterla in discussione ma elaborare una linea da seguire, coerente, che permetta di attraversare quelli che sono tempi, i nostri, di transizione.

Dopo anni in cui non si poteva sentire parlare di politica industriale erano gli anni 90 e si assisteva alla grande ventata delle privatizzazioni di Ronald Reagan, in USA, e della Thatcher in UK, da là esportate ovunque; dal 2010 , si è cominciato a poter pronunciare il termine politica industriale, ciò è avvenuto in primis con Obama e l’adozione di politiche green, in America, la patria del libero mercato. Le politiche industriali non sono più state viste come antitetiche a politiche concorrenziali, (volte solo ad eliminare monopoli o rendite di posizioni monopolistiche), ma sinergiche ad attività pro- concorrenziali, come dichiarato in un interessante articolo di Philippe Aghion et al.(2015) su American Economic Review (Industrial policy and Competition, 2015). Oggi, con l’esplodere della pandemia si è tornati sempre più ad invocare il ruolo dello Stato nell’economia, corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, si ripetono in maniera ciclica. Più Stato ovunque, dopo che per anni l’intervento dello Stato nell’economia era considerato un tabù (si veda grafico su ruolo partecipate pubbliche in diversi paesi europei)..

Cattura

Fonte: Elaborazioni OCPI su dati EUROSTAT e Banca Mondiale. Il dato francese del 2019 è basato sui dati 2018.

Al di là delle dispute ideologiche che sono ormai superate, e che devono assolutamente esserlo, in questo momento di re-building della nostra economia colpita dallo tsunami “Pandemia”, una cosa che dobbiamo chiedere a gran voce è una “visione” di politica industriale da parte dello Stato. Una visione di medio e lungo periodo che gestisca la grande transizione che stiamo vivendo: transizione verso un'economia sostenibile con il crescente utilizzo delle nuove tecnologie, in cui però l’essere umano sia il centro di tutto con un benessere non solo economico ma psico-fisico.

Appare chiaro come sempre nel solco di un approccio non top-down, non dirigista, in un contesto di interventi orizzontali come deciso dall'Europa, e come ultimamente sottolineato anche dall’Istat ( si veda intervento del Dott.Monducci al Cnel, Febbraio 2021), si debba assolutamente individuare quelli che sono i settori in cui il nostro paese è più competitivo e con capacità di attivare maggiori ricadute occupazionali anche nei settori collegati.

Oltre quindi alla necessità di interventi di contesto (riforma PA, giustizia, burocrazia) ed ad interventi orizzontali in Italia come sostenuto dall ‘ISTAT ( si veda sempre intervento dott.Monducci al CNEL Febbraio 2021), con “politiche dirette a stimolare, indipendentemente dal contesto settoriale, comportamenti aziendali in grado di aumentare il potenziale di crescita delle imprese, la loro resilienza agli shock sistemici come quello attualmente in corso e la competitività complessiva del sistema produttivo” si deve procedere con una strategia diversa rispetto al passato, passato caratterizzato spesso da un’assenza di strategia. La “nuova politica industriale italiana”, può perfettamente allinearsi con quelle che sono le linee generali della politica industriale europea che pur prevedendo interventi orizzontali contempla, soprattutto alla luce degli ultimi accadimenti, la possibilità di rafforzare l’Europa in settori strategici per ridurre anche la dipendenza dalla Cina. Settori strategici che individuati dalla New Industrial Strategy for Europe, COM 102, marzo 2020 sono: gli alimentari, le infrastrutture, la robotica, le reti di comunicazioni 5G, la microelettronica, le nanotecnologie, la tecnologia dei quanti, la farmaceutica, la biomedicina e le biotecnologie.

Sicuramente una strategia necessaria e migliore rispetto al passato potrebbe essere articolata in tre steps : 1) fare un'analisi di quali sono i settori in cui l’Italia è più competitiva, 2) vedere se post pandemia sono e/o saranno in grado di mantenere tale vantaggio competitivo (quindi analisi della resilienza dei settori alla crisi, che già da più parti si sta facendo) 3) vedere come i vari settori italiani più competitivi possono giocare un ruolo sinergico con le linee individuate nella New Industrial Strategy for Europe.

Le politiche industriali sono un contenitore di diversi aspetti: politiche dell’innovazione, politiche ambientali, politiche settoriali e politiche della formazione ed è in questa chiave multidisciplinare che l’Italia in Europa deve giocare un ruolo attivo. Nella fase di transizione che stiamo attraversando, la multidisciplinarietà è la condizione necessaria per un reale benessere economico e psicofisico della nostra società, dove i cittadini/consumatori e le imprese devono essere alleati nel guidare tale trasformazione.

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