L’Italia e la povertà/ La strategia dei sussidi: anatomia di un errore

“Ci sono cinque giganti da rimuovere sulla strada per la ricostruzione: si chiamano fame, malattia, ignoranza, squallore e disoccupazione”.

Articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero

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povertà

Non tutti i rapporti redatti da esperti mancano di efficacia narrativa e politica: quello che fu commissionato da Winston Churchill all’economista conservatore William Beveridge nel Giugno del 1941, proprio mentre l’Inghilterra provava a riorganizzarsi dopo aver resistito all’urto dei bombardamenti dell’aviazione tedesca, ebbe un successo straordinario. Partendo da una visione precisa – se vogliamo una società liberale capace di sopravvivere alle proprie contraddizioni, dobbiamo costruire un sistema efficiente per combattere la povertà - pose le basi per la costruzione dei sistemi di welfare che, come dice oggi Angela Merkel, definiscono cosa è l’Europa.

Dopo settant’anni, la pandemia ci pone di fronte ad una sfida simile e nuova: di fronte alle povertà nuove e alle nuove forme di diseguaglianza che l’emergenza scopre, dobbiamo costruire forme di assistenza che non possono più quelle di un secolo che era più lento. Può essere un “reddito di cittadinanza” (che molti Paesi stanno sperimentando), una parte di un progetto di revisione del sistema? Può esserlo l’intuizione di fornire un supporto a chiunque si trovi in una condizione di necessità, prescindendo dalla sua condizione lavorativa (come succede per gli ammortizzatori sociali tradizionali)? Regge questa innovazione a shock come la pandemia che sconvolgono la definizione stessa di povertà? Che bilancio possiamo fare della versione italiana ad un anno dalla sua introduzione? Sono queste le domande alle quali dovremmo, immediatamente, dare risposte, per evitare che gli “Stati Generali” non sortiscano un effetto simile a quelli convocati, tre secoli fa, da sovrani non più capaci della concretezza necessaria per leggere quella che stava per diventare una rivoluzione.

In effetti, i dati che l’Istat ha diffuso ieri rappresentano un segnale di relativo successo per la forma di reddito universale che è stata introdotta in Italia nel Gennaio del 2019 e che è stata la bandiera che ha, probabilmente, regalato al M5S la possibilità di stare al centro della politica per un’intera legislatura. Per la prima volta – dal 2013 – cala la percentuale (dal 7 al 6,3%) di famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta, anche se quelli che rimangono poveri lo sono di più (l’Istat calcola quanto la povertà sia “intensa”). Nel 2019 in Italia, al di sotto di entrate mensili che l’Istat ritiene minime per acquistare beni e servizi essenziali, vivevano circa quattro milioni e mezzo di individui e un milione e seicentomila famiglie: rispetto all’anno precedente, sono usciti dalla trappola della povertà assoluta, mezzo milione di persone e centocinquantamila nuclei familiari. Il risultato è comunque positivo anche se merita almeno tre importanti qualificazioni in termini di efficienza della misura che è, comunque, costata quasi 4 miliardi di euro.

Innanzitutto, anche nell’immediato e come mero supporto finanziario, il reddito di cittadinanza è stato efficiente solo a metà: sono un milione le famiglie che hanno trovato nel reddito di cittadinanza un sostegno e, tuttavia, come abbiamo visto, sono sei volte meno numerose quelle che – grazie ad un assegno che mediamente vale circa 500 euro al mese – sono uscite dalla povertà assoluta.

In realtà, è possibile che il reddito di cittadinanza non veda bene – la sua concessione dipende da una dichiarazione della propria situazione economia e patrimoniale – dove il disagio si annida. Restano esclusi molti stranieri, tra i quali la povertà assoluta arriva al 25% e costituiscono un terzo del problema: la legge prevede, infatti, una vera e propria discriminazione (un permesso di soggiorno da almeno dieci anni) che servì ad accontentare chi governava al momento del varo della legge. Al contrario, nel mezzogiorno (che aveva beneficiato di due terzi degli assegni ma che ancora ha percentuali di poveri doppie rispetto al Centro Nord) il reddito di cittadinanza ha, evidentemente, raggiunto anche chi non ne aveva bisogno. Il secondo più grosso problema si poneva, invece, già prima dell’emergenza e ha a che fare con la sostenibilità nel medio periodo di questa misura: dai dati di Anpal e di Inps a fine Dicembre, risulta che su un milione circa di percettori di reddito, solo la metà aveva mai avuto un colloquio con il proprio Centro per l’Impiego; solo per un quarto era stato costruito un “patto per l’impiego” che definisce un percorso di inserimento e che meno di 50 mila persone avevano firmato un contratto di lavoro nuovo.

I nodi però rischiano di essere esplosi ulteriormente mentre siamo rimasti a casa congelati dalla paura. Affidarsi all’indicatore della situazione economia e patrimoniale relativa al 2019, ci allontana ancora di più dal poter comprendere come un’emergenza mai vista prima, ha creato nuove povertà. Ma non minori sono i problemi di un’infrastruttura di politiche del lavoro che mai sono state particolarmente “attive”. Il virus è un potente acceleratore che – in maniera violenta – ci scaraventa nel futuro: milioni di posti di lavoro – nel turismo di luoghi affollati, nella ristorazione di scarso valore aggiunto, nella distribuzione non capace di stare ai passi con una modernità dominata dalle piattaforme digitali – potrebbe essere spariti per sempre; altrettante occupazioni stanno nascendo per rispondere a bisogni che prima non erano così forti – dall’assistenza agli anziani, alla sanitizzazione di luoghi chiusi passando da nuove forme di turismo più distribuito. E, tuttavia, continua a mancare la capacità di uno Stato che vorremmo, addirittura, “imprenditore”, di leggere un mondo che sta cambiando. Di trasformare – utilizzando informazioni che esistono ma che non raccogliamo – centinaia di migliaia di debolezze, in opportunità e progetti.

È evidente che così com’è fatto, il reddito di cittadinanza non è sostenibile.

Sta ottenendo qualche risultato ma è come se sparassimo a mille zanzare con un bazooka non capace di distinguere. L’intuizione dell’universalità del beneficio è giusta. Per arrivare ad un welfare adatto al ventunesimo secolo, ci sarebbe bisogno però di quella visione che – sotto le bombe – ricordò agli europei che dalle grandi crisi si esce solo con riforme che siano radicali, appassionate e intelligenti.

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