La lotta al Covid/Gli interessi che rallentano la scoperta del vaccino

Quando arriverà il vaccino per il Covid-19?

Articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero

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vaccino

È questa la domanda che si è messa al centro di tutti i ragionamenti che governi, grandi e piccole imprese, famiglie stanno facendo per organizzare un qualche piano per un futuro mai così pieno di incognite e opportunità confuse. Alla domanda che sembra, ancora, senza risposta certa se ne dovrebbe aggiungere un’altra alla quale pochi stanno lavorando: cosa dovrebbe cambiare nel modo di fare ricerca, nel rapporto stesso tra Stati, tra gli Stati e il mercato per correre più veloci e salvarci da questa insostenibile incertezza? La storia delle più recenti pandemie sembra far presagire tempi ai quali non siamo preparati. Il vaccino non è ancora disponibile - 17 anni dopo il primo caso - per la Sars, che è la malattia più simile al Covid-19; sono passati, invece, quarant’anni senza soluzione definitiva dal primo caso di Hiv che è stata – con 32 milioni di morti – la più grande pandemia della storia contemporanea.

Intanto solo pochi mesi fa – dopo quasi mezzo secolo dal primo episodio - è cominciata la commercializzazione del farmaco che chiude per sempre la periodica recrudescenza di Ebola, il più mortale dei virus. Convivere per anni con il Covid è semplicemente inconcepibile per un mondo così sofisticato e fragile come quello nel quale abbiamo vissuto fino alla fine di febbraio.

A meno che non muti il virus. O che accettiamo noi una mutazione che le tecnologie incubavano da tempo. Secondo una ricostruzione dell’Economist i governi del mondo hanno finora investito 10 miliardi di dollari per finanziare la sperimentazione di 164 vaccini e prenotare 4 miliardi di dosi. Tuttavia, anche uno sforzo che è senza precedenti nella storia, appare, nonostante la passione ed il numero dei ricercatori che vi lavorano senza sosta, inadeguato: sia per la dimensione assoluta (10 miliardi valgono 670 volte meno della ricchezza che il mondo ha già perso per effetto delle chiusure nella prima parte dell’anno); sia, e soprattutto, perché il mondo sembra dare – una volta di più – dimostrazione di scarsa capacità di condivisione di conoscenza, cosa che è essenziale per non perdere tempo a “reinventare la ruota” e procedere più velocemente. Sono tre i problemi che ci portiamo dietro dal mondo pre Covid e che rallentano quella che sempre di più assomiglia alla “corsa alla Luna” che – negli anni Sessanta – decise a chi dovesse spettare la supremazia tecnologica in un mondo diviso dalla guerra fredda.

Il primo è che la percentuale di successo delle sperimentazioni è estremamente bassa (meno di un farmaco su venti riesce a superare le quattro diverse fasi di verifica clinica ed è prevedibile che solo un paio dei sei vaccini già arrivati alla terza arrivino all’approvazione delle agenzie).

In secondo luogo, sono grandi le possibilità che il processo si possa inceppare anche dopo aver trovato il vaccino,

semplicemente perché produrne centinaia di milioni di dosi richiede l’aggregazione di competenze, tecnologie e materie prime rare che sono disperse tra Paesi che, proprio in questi mesi, sembrano esserci rinchiusi nei propri confini: se il vaccino fosse, davvero, trovato da uno qualsiasi dei Paesi che ha “volontà di potenza” (di ciò sembra priva solo la fragile Unione Europea) si aprirebbero possibilità di conflitto che solo qualche film aveva ipotizzato.

Il terzo problema è legato, invece, al conflitto – mai risolto e decisivo – tra interessi delle grandi aziende farmaceutiche e quelli pubblici che rischiano di spezzarsi sulla regolamentazione della proprietà intellettuale:

come racconta il grafico che accompagna l’articolo, il Covid, a differenza di ciò che è successo con Ebola o con l’Hiv, colpisce di più i Paesi ricchi e ciò, teoricamente, concede a chi vincesse la “corsa” un “oro” capace di alterare equilibri tra Paesi e multinazionali sui quali era fondato un ordine che non c’è più. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta provando a governare una complessità mai vista prima: l’iniziativa (Anti Covid Tools Accelerator) annunciata ad aprile, prevede un investimento coordinato di 18 miliardi di dollari per produrre 2 miliardi di dosi del vaccino per la fine del 2021 (ed è questa la più ottimistica tra le previsioni serie). Ma, purtroppo, l’Oms è, oggi, il simbolo stesso dell’insufficienza delle istituzioni nate per governare la globalizzazione dopo la seconda guerra mondiale e quando, dunque, erano meno di mille all’anno i viaggiatori che, ad esempio, si spostavano tra Europa e Cina. Oggi di fronte ad una pandemia che sta cambiando il mondo, rimane da sola un’Oms che ha a disposizione un bilancio che è più piccolo di quello gestito dalla sanità della Regione Abruzzo; e con una capacità di influenza tale da non essere riuscita, neppure, ad ottenere dati sui morti e sui contagi che fossero confrontabili.

Decessi Covid

 

Tre sono i problemi e tre sono le trasformazioni impossibili che la lotta per la sopravvivenza renderà presto ineludibili.

Dobbiamo, innanzitutto, avere il coraggio di spostare la gestione (dal controllo dei confini, alla produzione dei vaccini) di emergenze che sono ovviamente transnazionali (come il Covid) all’unico livello operativamente possibile che è quello internazionale: la strada è procedere per aggregazioni regionali che convergano in nuove organizzazioni globali ed un passaggio decisivo è quello di completare Schengen con le competenze senza le quali quell’accordo è un colabrodo.

Con le aziende farmaceutiche va, invece, cercato un metodo di staccare la logica di voler rendere attrattivo l’investimento in ricerca da quella della proprietà della conoscenza stessa che risponde ad un altro, distinto interesse.

In un mondo molto più veloce, i brevetti finiscono con il creare privilegi irreali (i bilanci degli ultimi tre anni dicono che la più grande delle aziende farmaceutiche – Pfizer – produce 160 miliardi di ricavi dai quali genera 50 miliardi di utili netti che è una cifra cinque volte maggiore di quella che il mondo sta investendo nel vaccino) che finiscono con il danneggiare gli stessi principi che dovevano difendere: l’idea proposta dalla stessa Fondazione di Bill Gates è quella di sostituirli con premi per chi produce conoscenza.

Infine, dovremo modernizzare il metodo stesso attraverso il quale si fa ricerca usando – di più e meglio - le possibilità che ci forniscono le tecnologie che abbattono il costo di accedere, elaborare e trasmettere informazioni: i cinesi sono ad un passo dall’applicazione che consentirà a tutti – dal telefono e senza costi – di verificare l’esistenza del contagio, completando un sistema di tracciamento praticamente perfetto.

Se trovassimo le condizioni – di sicurezza e, persino, etiche - di introdurre nel corpo umano sensori in grado di rilevare come individui diversi rispondono a sollecitazioni naturali (come nella logica di “Internet of the beings” che è la terza fase di sviluppo di una rete che connette non più solo computer e oggetti, ma esseri viventi), potremmo abbattere il costo e i tempi di sviluppo di vaccini e cominciare a trasformare la retorica dei “big data” in soluzioni capaci di farci vivere meglio. Quello verso il futuro è un viaggio pieno di pericoli, di promesse, di ostacoli politici e cognitivi: quello che stiamo vivendo è, però, un tempo dove sarà una combinazione tra umanità e ambizione a fare la differenza tra declini tristi e possibilità nuove.

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