La Nadef e il nodo delle entrate tributarie

La NADEF appena presentata dal ministro Gualtieri dà la sensazione di assomigliare più ad un manifesto all’ottimismo che ad un documento tecnico che parte dalla constatazione di una realtà difficilissima di cui però si dimostra il controllo.

Articolo di Maria Costanza Cau e Antonio Negro per Euractiv

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Diamo per assodato il dato dell’andamento del PIL che nella visione più ottimistica dell’analisi effettuata dal Think Tank Vision ad inizio lockdown doveva essere del 9,3% (con una ripresa per il 2021 del 5,77%), dati confermati dalla NADEF con una caduta del PIL per il 2020 del 9% e una ripresa del 6% nel 2021.

Ad oggi una questione realmente rilevante e probabilmente troppo sottovalutata risulta essere il quantitativo di risorse, in termini di entrate tributarie, che lo Stato riuscirà a reperire nel corso di questo e del prossimo anno senza richiedere ulteriori fondi sui mercati.

Per quanto riguarda le entrate tributarie, la NADEF prevede per il 2020 un calo, rispetto all’anno precedente, di circa l’8% per poi ritornare, nel 2021, a valori pressoché identici rispetto al 2019 (livello pre-COVID19). Analizzando il metodo attraverso il quale le entrate tributarie vengono calcolate e considerando la situazione economica generale questa stima appare eccessivamente ottimistica.

Con riferimento al metodo di calcolo, questo può essere di due tipi: storico o previsionale.

Il primo basa il valore del versamento degli acconti sulla base di quanto guadagnato nell’anno precedente, mentre il secondo sull’aspettativa di guadagno che verrà realizzato nell’anno in questione. Entrambi i metodi non permettono di prevedere un ritorno immediato delle entrate tributarie a livello pre-COVID19. Il primo basa il valore delle eventuali entrate tributarie per il 2021 su guadagni che fanno riferimento al 2020, anno che, avendo fatto esperienza di una flessione del PIL del 9%, dovrebbe generare un calo quantomeno proporzionale delle stesse entrate tributarie per il 2021. Il metodo previsionale, invece, risulta economicamente sconveniente, in quanto avendo come riferimento per il calcolo degli oneri tributari il 2021 – anno previsto come migliore rispetto al 2020 – risulterebbe meno vantaggioso rispetto al metodo storico (al netto delle difficoltà di effettuare previsioni in un periodo di totale incertezza).

Ancora più rilevante risulta essere la questione sullo stato di salute del sistema produttivo italiano.

Difatti, secondo stime ISTAT, oltre la metà prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese per il 2020. Altri studi, come quello dell’Ufficio Studi Confcommercio, sottolineano come circa 270 mila imprese del commercio e dei servizi rischino la chiusura definitiva. Questi dati mettono in seria discussione la possibilità stessa che il sistema produttivo italiano sia in grado di garantire le entrate previste dallo Stato. Nonostante una crescita prevista in termini di PIL per il 2021, è infatti difficile ritenere che la ripresa di fatturato delle imprese suspertiti sia in grado di sopperire alla perdita dovuta alle aziende che invece soccomberanno a questo annus horribilis.

Queste analisi tengono conto anche delle misure adottate dal Governo: decreti-legge “Cura Italia”, “Liquidità”, “Rilancio” ed “Agosto”. Difatti, misure quali il rinvio dei versamenti non può essere in grado di compensare quella che è la perdita prevista in termini di entrate tributarie generate sia dal calo di PIL stimato per il 2020 che per la diminuzione del numero delle attività produttive presenti nel nostro territorio.

Per tutte queste motivazioni, appare evidente come i dati previsti all’interno della NADEF risultino essere eccessivamente ottimistici. Sebbene, difatti, ci si possa aspettare una ripresa economica per il 2021, risulta difficile prevedere una ripresa di questo tenore delle entrate tributarie. Circostanza, questa, che metterà a dura prova la tenuta dei conti pubblici e rischia di limitare le possibilità per lo Stato di realizzare quelle azioni volte a garantire la tenuta della coesione sociale. Inoltre, ciò pone serie preoccupazioni sul finanziamento del debito pubblico, se dovessero essere terminati o diminuiti gli acquisti da parte della Bce.

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