Lezioni cinesi....cento anni dopo

Sui motivi per i quali è la Cina il Paese da studiare.

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

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cina

Pochi lo sanno ma nel 1989, nell’anno in cui a Berlino sembrò fermarsi la Storia e nella piazza Tienanmen di Pechino uno studente solitario provò a fermare i carri armati, la Cina era il Paese più povero del mondo.

Il reddito medio di un cinese era, secondo i numeri della Banca Mondiale, più basso di quello di un nigeriano e il Paese conservava ancora nitido il ricordo di una rivoluzione culturale che aveva vissuto episodi di carestia e, persino, di cannibalismo. Oggi un Partito che qualche giorno fa ha celebrato il suo centesimo anniversario, governa quella che è la più grande economia del mondo (se correggiamo il Prodotto Interno Lordo per il diverso “potere d’acquisto”) e che sfida gli Stati Uniti proprio sul terreno decisivo delle tecnologie. È una sfida quella che la Cina lancia all’Occidente dalla quale l’Europa deve, assolutamente, trarre la forza e le idee per recuperare efficienza.

Quello cinese è stato, certamente, il più “grande balzo” che la storia dell’umanità abbia registrato da quando gli economisti raccolgono i numeri sul PIL.

Negli ultimi trent’anni la Cina è il Paese che è cresciuto più di qualsiasi altro nel mondo: già questo è un risultato che sorprende gli statistici, perché a volare per così tanto tempo è un elefante che conta 1,4 miliardi di abitanti (più della somma del Nord America, dell’Unione Europa, del Giappone, del Regno Unito e di quella che era l’Unione Sovietica). Ma non sono solo le grandezze economiche - sempre discutibili - a raccontare il miracolo: una bambina che oggi nascesse in Cina ha una speranza di vita superiore ad una sua coetanea americana, anche se negli Stati Uniti la spesa pubblica in sanità per abitante è trenta volte superiore a quella cinese. La pandemia ha, del resto, allungato le distanze: se consideriamo costi sanitari ed economici, è certamente la Cina, il Paese che ne esce meglio. È, tuttavia, soprattutto sulle tecnologie che i cinesi sono riusciti a conquistare leadership in alcuni dei settori che faranno futuro: droni; pagamenti elettronici; intelligenza artificiale applicata all’analisi di grandi quantità di dati; griglie intelligenti in grado di far diventare ogni consumatore di energia un potenziale produttore.

Di certo, però, la Cina si pone rispetto a noi, dalla parte opposta dello spettro dei possibili metodi che gli uomini usano per governare società ed economie. 

Che si tratti di una “dittatura” non c’è alcun dubbio, visto che ciò è esplicitamente chiarito al primo articolo della Costituzione della Repubblica Popolare.

La Cina è, anzi, persino più radicale di altri regimi autoritari, nel non aver mai preso in considerazione alcuni delle istituzioni che definiscono la democrazia parlamentare: è l’unico Paese del mondo a non aver mai fatto esperienza di elezioni politiche nazionali, a differenza dell’Unione Sovietica e, persino, della Corea del Nord. Sul piano dell’economia, il Partito coltiva e incoraggia imprenditori privati e, tuttavia, quel mercato non funziona seguendo le regole della concorrenza che l’Europa continua a considerare un totom e non è “aperto” (la valuta nazionale, il Renmbimbi, non è ancora pienamente convertibile).

Non possiamo, quindi, copiare i cinesi. È, anzi, naturale considerare la Cina un nostro “concorrente strategico” (e partner su alcuni dossier vitali) che, però, proprio per essere tale merita di essere studiato. Anche perché lancia una sfida alle democrazie liberali che esse possono vincere ricordare tre specifiche lezioni che quel Paese può ispirare.

La prima è tutta sul valore della scuola e dell’università come unico, possibile vantaggio competitivo che dura nel lungo periodo.

I quindicenni cinesi sono per l’OECD di Parigi che misura la preparazione degli adolescenti di tutto il mondo, al primo posto sia per competenze scientifiche, sia per quelle matematiche e quelle logiche. È una convinzione confuciana quella che il Partito comunista continua a coltivare: noi siamo quello che conosciamo e le stesse classi dirigenti sono – rigidamente – selezionate sulla base del merito.

In secondo luogo, il caso della Cina dimostra che per utilizzare pienamente le possibilità della rivoluzione tecnologica che sta cambiando tutto, è indispensabile la capacità di investire in infrastrutture e programmare cambiamenti complessi.

Ad esempio, così come nel novecento fu necessario ridisegnare città europee per ospitare le automobili alimentate a benzina che sostituirono i cavalli, così nel ventunesimo secolo, sono i cinesi che stanno riorganizzando le strade delle proprie megalopoli per ospitare le automobili elettriche e a guida autonoma. Nelle reti di trasporto che sono necessarie per frequentare la modernità – metropolitane, alta velocità – sono i cinesi (come dice il grafico che accompagna questo articolo) ad essere nettamente più attrezzati.

Distribuzione di KM metropolitane

Infine è molto interessante l’utilizzo sistematico che i cinesi – da quando con Deng Xiao Ping rinunciarono alle certezze dell’ideologia - fanno degli esperimenti con i quali verificano quali sono gli approcci migliori per realizzare innovazioni tecnologiche o politiche innovative.

In un contesto nel quale la velocità dei cambiamenti sta sgretolando molte certezze, non si può adottare, ad esempio, una specifica forma di reddito di cittadinanza o una certa interfaccia per la didattica a distanza senza aver prima condotto numerosi piccoli progetti il cui obiettivo esplicito è produrre l’informazione necessaria a capire come una società complessa reagisce a certe novità.

La Cina è la società più diversa da quella nostra che potremmo, mai, immaginare. Eppure proprio perché in gioco c’è la necessità assoluta di capire come entrare in un secolo che pone sfide radicali, è, forse, la Cina il Paese più interessante da studiare. Proprio l’Italia con la “Terra di Mezzo” condivide la storia più lunga e un legame fatto di grandi curiosità e rispetto reciproco che è, ancora, quello che legò Marco Polo e il nipote di Gengis Khan.

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