Lo scomodo confronto tra Londra e Bruxelles

La lezione di Johnson e l'Europa che arranca

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero 

Scansione dell'editoriale cartaceo 

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L’andamento della campagna di vaccinazione è il fantasma che sta agitando le cancellerie europee. Ancora più inquietante appare il confronto con il Regno Unito da soli tre mesi uscito dall’Unione: la Brexit doveva essere l’Armageddon che avrebbe seppellito le velleità di un Paese che non si rassegna a non essere più impero. E, invece, il dubbio è che, alla prima prova, Boris Johnson sia riuscito in un’impresa – uscire dalla Pandemia, vaccinando tutti – che all’Europa potrebbe sfuggire ancora per mesi. I sovranismi e i populismi sembrano in ritirata ma il confronto tra Londra e Bruxelles rileva chiaramente quali siano le contraddizioni che ancora rischiano di spaccare un’Europa non attrezzata per fronteggiare l’emergenza. Sia per effetto dell’assetto attuale dell’Unione; che per quello interno a Stati che sono tutti fortemente regionalizzati.

I dati dell’Università di Oxford – ripresi dal grafico che segue - sono netti: al 25 Marzo, un inglese su due aveva ricevuto almeno la prima dose contro il 15% dei cittadini europei. Ai ritmi attuali, raggiungeremo una copertura dell’80% dei maggiorenni, il 19 Maggio del 2022; un anno dopo gli inglesi che, nel frattempo, come gli americani e meno degli asiatici potrebbero aver accumulato un vantaggio non più colmabile per capacità di crescita ed innovazione. Il riflesso drammatico di una campagna di vaccinazione così rapida si riflette, peraltro, in maniera diretta sul numero di decessi e di casi: nel Regno Unito da due settimane hanno circa 5.000 nuovi casi al giorno (un quinto di quelli registrati in Italia) e, soprattutto, sono riusciti ad azzerare i tassi di mortalità in eccesso rispetto ai livelli che si registrano in questo periodo dell’anno (dopo aver avuto più di mille morti per quasi tutto il mese di GENNAIO).  

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C’è, peraltro, da sottolineare che il “miracolo” è stato ottenuto utilizzando (quasi esclusivamente) il vaccino di ASTRAZENECA, lo stesso che ha sollevato tanti amletici e dannosissimi dubbi in Europa. Vaccino che, però, è anche l’unico dei vaccini COVID venduto al costo (senza profitto), nonché l’unico che è prodotto da un’impresa che è, perlomeno, a metà europea (l’altra metà è, appunto, inglese) come lo sono il suo amministratore delegato, presidente e buona parte degli stabilimenti produttivi. E c’è da ammettere che l’operazione partita proprio il giorno in cui il Regno Unito ha lasciato ufficialmente l’Unione, non sarebbe stato tecnicamente possibile se l’intero processo – a partire dall’autorizzazione del farmaco – avesse avuto bisogno di essere coordinato con BRUXELLES.

Il successo di una campagna così complessa dipende essenzialmente da tre fattori: la capacità di approvvigionamento di farmaci; quella di fissare e far rispettare criteri di somministrazione in linea con obiettivi chiari; la qualità della rete logistica per far arrivare il vaccino ai cittadini. Su tutti e tre i fattori il Regno Unito sta dimostrando di avere un vantaggio.

Con un tempismo notevole gli inglesi, così come gli americani, hanno non solo contrattato con le aziende farmaceutiche ma anche finanziato uno sforzo di ricerca che mai in precedenza aveva raggiunto questa scala, arrivando a controllare catene di produzione globali. La Commissione Europea è stata, invece, caricata di una responsabilità che i trattati non le riconoscono e per la quale è difficile costruirsi competenze in poche settimane. Peraltro, essa non può tecnicamente avere la forza di uno Stato in una situazione di emergenza ed è culturalmente non equipaggiata per affrontare negoziati che, in questi casi, vanno oltre il rispetto di un contratto.

Il Regno Unito ha, inoltre, il vantaggio di non dover negoziare al proprio interno con Regioni indisciplinate ed è questo un vantaggio supplementare rispetto a Stati europei che stanno pagando un costo sia verso l’altro – un’Unione incompiuta – sia verso il basso – Regioni a diverso grado di lealtà. Senza arrivare alle comiche italiane - con governatori di Regioni che arrivano a negoziare con la Russia per comprare un vaccino per il quale non è stata neppure richiesta l’autorizzazione - anche Francia, Germania, Spagna hanno forti autonomie locali.

È vero che il Regno ospita quattro “nazioni” con un proprio parlamento, e, tuttavia, in Inghilterra (che conta quattro quinti della popolazione complessiva) non esistono governi regionali eletti. Tutto questo ha reso possibile il disegno e l’implementazione di un piano vaccinale centralmente articolato per undici gruppi (di cui sette per fasce d’età) da raggiungere in rigorosa sequenza.  Ha consentito il completamento della FASE 1 che ha vaccinato tutti gli over 50 in meno di tre mesi, ed il passaggio ad un piano di riaperture pianificato con la stessa precisione militare. A Fase Uno conclusa si continueranno a vaccinare più di 600,000 persone al giorno (sotto i 50 anni) che è un numero superiore a quello ambizioso (500,000) che il Generale Figliuolo cerca di raggiungere in Italia entro la terza settimana di APRILE.   Purtroppo, però, lo stesso esercito italiano ha a che fare con un sistema talmente frammentato che ciascuna Regione – ed è un dettaglio importante – usa un diverso sistema informatico e che, anche a prescindere dall’imbarazzante inefficienza di alcuni di essi, ciò renderà tecnicamente impossibile avere un unico registro dei vaccinati quando, all’improvviso, volessimo introdurre un passaporto vaccinale per il quale la Commissione, nel frattempo, sta già studiando i regolamenti.

C’è un ultimo aspetto che va sottolineato della campagna vaccinale inglese: l’utilizzo dei dati che, pur non arrivando ai livelli di pervasività della Corea del Sud o della Cina, ha consentito di programmare l’operazione e comunicarne l’urgenza all’opinione pubblica. L’equivalente dell’ISTAT inglese (si chiama OFFICE OF NATIONAL STATISTICS) è arrivato a calcolare – sulla base dei numeri raccolti nell’ultimo anno di pandemia e negli ultimi tre mesi di vaccinazioni - quanto vale in vite umane una vaccinazione: 493 iniezioni per gli individui con un’età tra i 70 e i 74 anni sarebbero sufficienti ad evitare un morto; vaccinare quelli tra i 50 e i 54 anni è dieci volte meno efficace. Come racconta il grafico che segue, fare, un giorno, diecimila vaccinazioni in meno rispetto ai piani a persone tra i 75 e i 79 anni può costare la vita a 42 individui, diciannove giorni dopo (sulla base del tempo medio dal contagio ai decessi[1]). Stare indietro di un milione di dosi rispetto al programma per quel tipo di popolazione, può costare quasi 5.000 morti e ciò da un senso a cosa significa essere dietro rispetto ai piani di decine di punti percentuali di coperture della popolazione rispetto ai target.

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L’Italia delle Regioni, invece, secondo il sito dell’Agenzia europea per il controllo e la prevenzione delle malattie, è l’unico Paese europeo che riesce ad avere una percentuale di vaccinati superiore tra gli individui con età tra i 30 e i 39 anni rispetto a quelli tra i 70 e i 79 e ciò, materialmente, ha già determinato costi ingenti.  

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Il meno peggiore dei regimi politici è, ancora, la democrazia. Lo avrebbe ricordato, in questi mesi, Winston Churchill. E tuttavia, masticando un sigaro, avrebbe anche aggiunto che le democrazie sopravvivono solo se capaci di essere efficienti nelle ore più buie. L’Europa continentale, ancora una volta, sembra più adatta ai tempi di pace che a quelli caratterizzati dalle strane guerre che definiscono questo secolo veloce. L’Unione appare intrappolata in mezzo ad un pericolosissimo guado. La scelta presto sarà tra l’approdo ad integrazioni piene e il ritorno a responsabilità più chiaramente nazionali.

[1] Tempo medio dal sintomo al decesso per pazienti ospedalizzati (COVID-19: time from symptom onset until death in UK hospitalised patients; 2020; Ewen M Harrison, Annemarie Docherty, Calum Semple -Co-CIN) ai quali aggiungere cinque giorni di incubazione.

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