Turismo, come traghettare l’Italia dei borghi in una modernità sostenibile?

Se il modello Disneyland è inaccettabile, per reinventare il senso dei luoghi non possiamo delegare neanche ai cultori della memoria

Articolo di Nicola Bellini per Greenreport

Si scaldano i motori in vista dell’annunciato “Piano nazionale borghi” previsto dal Recovery plan del Governo con una dotazione finanziaria degna del Signor Bonaventura: 1 miliardo di euro.

Le aspettative sono molte. Le associazioni si mobilitano e già a fine 2020 Italia Nostra ha annunciato un piano di rilancio dei centri storici, che presenta molti motivi di interesse. Nei giorni scorsi, la sottosegretaria all’Economia Alessandra Sartore ne ha sottolineato acutamente il contributo allo sviluppo del Paese, ma anche l’esigenza di accompagnamento, ad esempio in tema di formazione.

Si mobilita pure Airbnb, che trova nel Touring club italiano un alleato per valorizzare (c’è da crederci, nel senso letterale del termine!) gli host delle località Bandiere arancioni.

Anche in Toscana riparte il dibattito ed un bel servizio di Mario Lancisi sul Corriere fiorentino soffia sul fuoco di un’antica contrapposizione, quella tra omologazione ed autenticità, tra i borghi divenuti Disneyland ei borghi rimasti “autentici”. Nei primi ritroviamo San Gimignano (qualche tempo fa si era addirittura introdotto il concetto di sanigimignanizzazione), Bolgheri, Monteriggioni, Pienza.

Il giudizio è severo: la deriva cui abbiamo assistito è il risultato di un decennale approccio allo sviluppo turistico, male o per nulla governato se non nella scelta di sfruttare l’onda lunga della crescita internazionale con l’opzione più semplice, quella del turismo “veloce” di massa.

Resta però aperto il problema di come si governa lo sviluppo turistico dei borghi, perché se Disneyland è inaccettabile, altrettanto lo sono i borghi musei, improbabili tableau vivant della Toscana del passato, monumenti alla sterile nostalgia di qualcuno.

La questione centrale è proprio quella del rapporto con la modernità, di cui il turismo è espressione, veloce o lento che sia.

Il borgo oggi può rappresentare un modello di vita alternativo a quello urbano e metropolitano, che può risultare attrattivo anche oltre il tempo della vacanza (come luogo di vita e di lavoro) ed in cui la lentezza non significa rifiuto della contemporaneità.

Anzi, possiamo sostenere che il borgo possa essere attrattivo per il turismo della nuova normalità post-pandemica proprio in quanto “non-museo”, ma realtà viva in cui sentirsi cittadino, seppure temporaneo.

Ha giustamente ammonito Fiorello Primi, presidente nazionale dei Borghi più belli d’Italia, che non ci si può limitare alla “rigenerazione culturale” senza occuparsi della “rigenerazione urbana, sociale ed economica”. È un obiettivo molto più complesso di qualche restauro di edifici, non solo per la varietà delle questioni da affrontare (ambientali, infrastrutturali, economiche, sociali) ma perché ciò che dev’essere reinventato è il senso di un luogo che non può essere delegato ai cultori della memoria.

E questo vale per le comunità che vi abitano quanto per il turista che vi arriva, alla ricerca del passato ma per viverlo nel presente. Gli esperti del turismo conoscono bene e da tempo questi paradossi: la ricerca del genuino che però richiede tecnologia, la domanda di sostenibilità ambientale che impone organizzazione avanzata nella sua gestione, la voglia di isolarsi rimanendo connessi con il cellulare.

Anche sul piano culturale la modernità è una sfida da raccogliere. Qualcuno si potrà scandalizzare che a Monteriggioni ci si arrivi con in mente non il verso immaginifico dell’Alighieri, ma le suggestioni altrettanto fantastiche (e in realtà assai colte) di Assassin’s Creed. Il problema è forse che con Dante ce la caviamo facilmente: la cartolina della corona di torri ed una lapide “pro memoria”. Con le nuove narrazioni è necessario elaborare percorsi ed esperienze che richiedono conoscenza, sensibilità e magari anche un bel po’ di tecnologia.

E – tornando agli esempi dell’articolo sopra citato – piuttosto che biasimare la ricerca dei paesaggi del “Gladiatore” attorno a Pienza, non sarebbe più utile interrogarsi e comunicare sulla straordinaria forza evocativa e simbolica del paesaggio della Val d’Orcia, anche quando citato “fuori contesto” dal cinema contemporaneo? Chi ha torto: il turista che cerca Russel Crowe o noi che non sappiamo dialogare con lui?

In tutto questo ora arriva il Signor Bonaventura col suo miliardo. Se guardiamo alla complessità di portare un borgo nella modernità sostenibile, sorge legittimo il dubbio se non avrebbe senso concentrare quelle risorse su un numero limitato di progetti pilota che si propongano come benchmark credibile per il futuro. Temiamo invece che la scelta sarà di sparpagliarle tra una molteplicità di progetti privi di visione e selezionati senza una visione. Il numero di zeri calerà molto rapidamente.

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